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Vetrine silenziose: il Piemonte che perde negozi tra numeri 2025 e scelte decisive

Saldi negativi, 1.383 imprese perse nel primo trimestre 2025: come fermare l’erosione commerciale tra rigenerazione e innovazione.

Quando le serrande non tornano più

Cammini per una via di paese, attraversi un quartiere cittadino o il centro di una città: le vetrine spente, i cartelli “affittasi”, le serrande abbassate raccontano una trasformazione lenta ma inesorabile.
In Piemonte, la crisi del commercio tradizionale non è più un fenomeno passeggero: è diventata un processo strutturale che sta ridisegnando il volto urbano, economico e sociale della regione.

A fine 2025, guardare al primo trimestre 2024 può sembrare lontano, ma serve per comprendere l’origine del fenomeno. E i numeri più recenti confermano che, nonostante piccoli segnali di rallentamento, la tendenza non si è invertita.

2024–2025: una fotografia che non lascia spazio ai dubbi

Il Piemonte nel 2024

Tra il 2012 e il 2024 il Piemonte ha perso oltre 13.000 imprese del commercio al dettaglio.
Nel solo 2024 le nuove aperture sono state 1.506, mentre le chiusure 3.579: per ogni negozio aperto, ne chiudevano 2,4.
Le vie commerciali dei capoluoghi piemontesi hanno visto scomparire più di 3.200 attività, soprattutto nei settori dell’abbigliamento, della ferramenta e delle edicole.

L’anno si è chiuso, dunque, con un quadro preoccupante: una rete commerciale che si restringe e interi comparti che faticano a trovare un equilibrio tra costi, concorrenza e nuove abitudini di consumo.

Il quadro più recente: 2025

I dati aggiornati mostrano che la crisi continua, anche se con ritmi leggermente più contenuti.

  • Primo trimestre 2025 (Piemonte)
    Secondo Unioncamere, nel primo trimestre dell’anno il Piemonte ha registrato 7.603 nuove imprese e 8.986 cessazioni (al netto delle cancellazioni d’ufficio), con un saldo negativo di –1.383 attività.
    Il tasso di crescita regionale è –0,33 %, leggermente migliore rispetto al –0,46 % del 2024.

  • Torino: oltre 4.600 chiusure in tre mesi
    Nel solo primo trimestre 2025, la Città Metropolitana di Torino ha contato 4.607 imprese cessate — una media di più di 50 chiusure al giorno — con un saldo negativo di –490 unità.
    Anche nel 2024 la tendenza era chiara: –1,8 % di imprese commerciali attive (51.862 totali), a testimonianza di una crisi che non ha ancora toccato il fondo.

  • Cuneo: la difficoltà dei centri minori
    Sebbene i dati ufficiali siano più frammentari, la provincia di Cuneo riflette lo stesso trend regionale: chiusure diffuse nei comuni più piccoli, dove la combinazione tra spopolamento e costi fissi elevati rende insostenibile la gestione dei negozi di prossimità.
    Le valli e i centri montani risultano le aree più vulnerabili, con serrande che si abbassano e non si rialzano più.

Le cause di un declino annunciato

  1. Affitti e costi fissi fuori controllo
    Canoni elevati, utenze energetiche crescenti e costi di gestione che erodono i margini: per molti esercizi, bastano pochi mesi di calo per finire in perdita.

  2. E-commerce senza parità fiscale
    Le grandi piattaforme digitali operano con regimi fiscali più favorevoli e con costi di struttura ridotti. La concorrenza è quindi sbilanciata: il commercio online cresce (+13 % nel 2024 in Piemonte) mentre i negozi di quartiere arretrano.

  3. Cambiamento delle abitudini dei consumatori
    La comodità dell’acquisto online, la rapidità della consegna e la ricerca costante di prezzi bassi hanno modificato in modo profondo il comportamento d’acquisto, soprattutto nelle generazioni più giovani.

  4. Desertificazione urbana
    Quando un’attività chiude, l’area perde vitalità. Meno passaggio, meno sicurezza, meno attrattiva: un effetto domino che trascina con sé altri esercizi.

  5. Spopolamento dei piccoli centri
    Nei comuni di montagna e nelle valli la clientela si riduce anno dopo anno. Ogni chiusura rappresenta la perdita di un presidio economico e sociale spesso insostituibile.

  6. Assenza di politiche coordinate
    Le strategie locali di sostegno sono spesso frammentate: pochi incentivi, troppa burocrazia, scarsa pianificazione urbanistica. Manca una visione condivisa tra enti, imprenditori e comunità.

Crisi o trasformazione

Il commercio tradizionale piemontese non sta semplicemente morendo: si sta trasformando.
Chi sopravvive lo fa adattandosi — mescolando fisico e digitale, puntando sull’esperienza, riducendo i costi strutturali, creando rete con altri operatori.
Non è più tempo di negozi “solitari”: la nuova frontiera è quella dei circuiti, dei distretti del commercio, della collaborazione.

Le strade per reagire

Per invertire il trend serve una strategia integrata che unisca politiche pubbliche, visione imprenditoriale e innovazione.
Ecco alcune proposte operative:

  • Affitti flessibili o “a risultato”
    Canoni base più una percentuale sul fatturato, così da condividere rischio e opportunità tra proprietari e conduttori.

  • Spazi pop-up e retail sharing
    Utilizzo temporaneo o condiviso dei locali sfitti, per testare nuovi format e mantenere vivi i centri urbani.

  • Hub logistici di quartiere
    Trasformare i negozi fisici in punti di ritiro o micro-magazzini per l’e-commerce, riportando flussi di persone in negozio.

  • Incentivi fiscali e contributi per la rigenerazione
    Riduzioni Tari, Imu agevolata, bandi per il rifacimento vetrine e la digitalizzazione: leve concrete per chi investe nella rinascita commerciale.

  • Distretti Urbani del Commercio (DUC)
    Strumenti già attivi in Piemonte che permettono ai Comuni di unire risorse e progettualità per rivitalizzare le aree commerciali.

  • Formazione digitale e marketing territoriale
    Supportare i negozianti con percorsi di aggiornamento sulla comunicazione, i social media e l’integrazione omnicanale.

Una nuova visione per il Piemonte

I dati 2025 mostrano un fenomeno che rallenta ma non si arresta. La “vetrina piemontese” non è ancora spenta del tutto, ma richiede idee nuove, coraggio e collaborazione.
Rigenerare il commercio non significa tornare indietro, ma costruire un modello ibrido dove il negozio fisico diventi un luogo di relazione, servizio e identità territoriale.


 

Le serrande che si abbassano non sono solo il segno di una crisi economica: sono il sintomo di un cambiamento culturale.
Se la desertificazione commerciale continua, le nostre vie perderanno la loro anima prima ancora dei loro negozi.
Il Piemonte è a un bivio: accettare il declino o ridisegnare il proprio paesaggio urbano, valorizzando chi sceglie di restare.

Non servono solo incentivi: serve una visione condivisa, una rete di attori capaci di trasformare la crisi in opportunità.
Le vetrine possono tornare a brillare, ma solo se impariamo a guardarle — e a progettarle — insieme.